L’interpretazione della sussidiarietà

di Fiorella Ialongo

L’interpretazione e l’attuazione della sussidiarietà sono alcuni dei punti più controversi dell’attuale processo di decentramento politico – amministrativo per cui sembra opportuno effettuare delle considerazioni. La sussidiarietà rischia di essere considerata astratta, con scarsa rilevanza sulla realtà quando si cade in due visioni riduttive che la possono, di fatto, relativizzare e depotenziare. Da un lato, essa é ricondotta ad uno “strumento” politico – istituzionale che deve servire ad organizzare in maniera più efficiente sia i rapporti tra lo Stato e gli enti intermedi, sia i rapporti tra i livelli di governo locali. Il principio può essere definito anche come un insieme di fini eccellenti e di regole procedurali attraverso cui concretizzare il vero obiettivo che é la realizzazione del processo di decentramento amministrativo. In questa maniera, si riesce anche a rendere meno faticoso il pesante fardello degli apicali della Pubblica Amministrazione. Questo modello può essere applicato attraverso delle deleghe o dei trasferimenti di un complesso di poteri (non quelli eminentemente politici), competenze e funzioni dal centro alle entità inferiori e locali.

D’altra parte essa può essere intesa come una diversa strutturazione del potere tradizionale con cui si cerca di sostenere gli individui e gli enti intermedi. La scopo che si vuole perseguire é quello di contrastare la crisi fiscale dello Stato e, quindi, di un sistema di welfare che non riesce più a soddisfare le esigenze della società.

In entrambi i casi, la sussidiarietà assume la veste di un comando calato dall’alto, reso necessario da congiunture politiche ed economiche negative, oppure da un complesso di avvenimenti internazionali non facilmente controllabili.

Queste due interpretazioni non coerenti con il principio, inoltre, non sono alternative, anzi, possono tendere a sovrapporsi producendo effetti diversi da quelli che dovrebbero aversi, in effetti, questo principio viene proposto come possibile soluzione in situazioni difficili, di crisi del sistema. Impostando la questione in questi termini, è evidente che la sussidiarietà subisca forti resistenze nell’entrare nel quotidiano degli individui e costituire un principio guida nelle azioni comuni e degli individui.

Un altro aspetto da sottolineare nella prospettiva delineata precedentemente è dato dal fatto che la sussidiarietà non è concepita come un elemento che inerisce “per natura” alla società e ad uno Stato efficiente, ma rappresenta un rimedio nei casi in cui le difficoltà tendano a diventare sempre più grandi. Può essere vista come un farmaco che può servire nelle situazioni in cui lo Stato é costretto al “rigore”, ossia il governo si trovi nelle condizioni di dover adottare un insieme di misure per limitare la spesa pubblica ed i consumi pubblici allo scopo di risanare l’economia. Per impedire di perdere prestigio e consenso fra gli elettori, chiede di essere “sostenuto” dai politici locali e dalla società.

Il rischio è quello di non tener nel debito conto il fatto che la questione da trattare non è derubricabile a un rapporto più efficiente del centro con la periferia o da intendersi come destatalizzazione intesa come privatizzazione dei servizi e dei beni statali. Il problema da cercare di risolvere concerne il differente ruolo della società e degli elementi che la costituiscono nella governance e nel controllo dell’amministrazione della res pubblica. Tutto questo comporta una differente maniera di concepire il concetto di cittadinanza e, di conseguenza, il complesso delle relazioni fra società e sistema politico – amministrativo. E’ necessario quindi che, in questo solco, si elaborino differenti modi di funzionamento delle amministrazioni pubbliche e diversi schemi di riferimento dei processi gestionali ed operativi, e che il management politico sia in grado di lasciarsi alle spalle atteggiamenti e procedure farraginose ed instaurare un rapporto più rispettoso dei reali bisogni degli amministrati.

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